I manager di Eternit condannati a sedici anni di carcere per l'amianto

Il tribunale di Torino ha condannato a sedici anni di carcere il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De nell'ambito del processo “Eternit” per le vittime dell’amianto. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli dei reati di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.
15 AGO 20
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Il tribunale di Torino ha condannato a sedici anni di carcere il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De nell'ambito del processo “Eternit” per le vittime dell’amianto. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli dei reati di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.

Il tribunale ha ritenuto i due imputati colpevoli di disastro doloso solo per le condizioni degli stabilimenti di Cavagnolo (Torino) e Casale Monferrato (Alessandria). Per gli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli) i giudici hanno dichiarato di non doversi procedere perché il reato è prescritto.

Sono state accolte le ipotesi dell'accusa secondo cui i vertici dell'azienda hanno omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l'esposizione all'amianto. Mancavano per esempio gli impianti di aspirazione localizzata, un’adeguata ventilazione dei locali e le procedure di lavoro atte a evitare la manipolazione manuale delle sostanze , oltre alla mancanza dei sistemi di pulizia degli indumenti in ambito industriale. I dirigenti omisero anche di curare la fornitura e l'effettivo impiego di apparecchi di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario, di informarsi e informare i lavoratori circa i rischi specifici derivanti dall'amianto e le misure per ovviare a tali rischi.

Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, al temine della lettura della sentenza ha detto: “E’ una sentenza che senza enfasi si può definire davvero storica, sia per gli aspetti sociali che per gli aspetti strettamente tecnico-giuridici”. La sentenza, ha aggiunto Balduzzi, “sotto il profilo sociale corona una lunga battaglia che ha visto fianco a fianco la Repubblica, nel senso di tutti i livelli istituzionali da quelli locali a quelli nazionali, e il pluralismo sociale, in particolare le forze sindacali e l'associazionismo dei familiari delle vittime. E' stata una battaglia comune, e ad essa si deve l'aver tenuto desto il problema, anche quando sembrava finire sottotraccia. Ma la battaglia contro l'amianto non si chiude con una sentenza, sia pure una sentenza esemplare, ma continua nell'attività amministrativa e nell'impegno delle istituzioni e dei cittadini, soprattutto nella consapevolezza da parte di ognuno che non si tratta di una battaglia locale, ma nazionale, anzi mondiale. La sentenza di Torino conferma che l'Italia sta facendo la sua parte”.